Quando lunedì mattina al mio risveglio ho controllato il telefono ho trovato una notifica di Google: “Spazio di archiviazione Drive in esaurimento”, e subito la proposta per risolvere questo problema “Acquista altri 2 terabyte a … euro al mese”.
Strano, ho pensato, ancora mezzo addormentato, giusto qualche mese fa ho acquistato nuovo spazio di archiviazione che sul momento mi era parso infinito.
La reazione successiva è stata quella più ovvia: fare pulizia. Ho aperto l’archivio, ho iniziato a scorrere documenti, foto, video accumulati negli anni. Ho selezionato qualcosa, messo la spunta, alzato il dito pronto a premere “elimina definitivamente”.
E mi sono bloccato. Una voce dentro di me diceva: ne sei proprio sicuro? In fondo è un tuo ricordo. E se domani lo volessi ritrovare? E così ho lasciato tutto lì dove era.
Poi una domanda ha iniziato a farsi strada: il mio problema sono i giga disponibili, o il dilemma ha una natura più profonda?
Il fatto è che facevo fatica a trovare un criterio, un principio che mi dicesse: questo vale la pena tenerlo, questo no. Ogni file sembrava ugualmente importante, per un ricordo, per un possibile progetto da tirare fuori dal cassetto, per semplice pigrizia.
La paralisi non era dovuta alla mancanza di spazio, ma alla mancanza di giudizio.
C’è una promessa silenziosa che la tecnologia digitale ci fa, e che accettiamo ogni giorno senza quasi accorgercene: non dover mai rinunciare a niente.
Più strumenti abbiamo per produrre — fotocamere sempre in tasca, app che registrano tutto, sistemi che archiviano in automatico — più materiale generiamo. Più materiale generiamo, più spazio ci viene offerto – mai gratuitamente – per conservarlo. E più spazio abbiamo, meno sentiamo il bisogno di scegliere.
È un circolo che si autoalimenta. E ha un nome che conosco bene dalla tradizione religiosa: è la tentazione dell’Eden. L’idea che si possa avere tutto, sempre, senza perdita. Senza lutto. Senza la fatica di decidere cosa portare con sé e cosa lasciare indietro.
E’ un meccanismo che erode, lentamente, la capacità di giudicare.
Nella tradizione della memoria — quella umana, biologica — il dimenticare non è un difetto, è una funzione. Il cervello seleziona, comprime, lascia andare. Non per inefficienza, ma perché senza dimenticanza non c’è gerarchia. Sarebbe qualcosa di disfunzionale per la vita.
La memoria digitale non dimentica. Non può. Conserva tutto con la stessa fedeltà: la foto di un tramonto indimenticabile e quella sfocata scattata per sbaglio. L’email che ha cambiato la tua vita e quella di spam del 2019. Il documento importante e la bozza che non avevi bisogno di salvare.
E così, paradossalmente, più conserviamo, meno ricordiamo. Perché ricordare non è avere accesso a un file. È saper dire: questo conta.