Serve l’umano tutto intero, cioè la persona

Quante volte sentiamo invocare l'”umano” come risposta all’avanzata dell’intelligenza artificiale? Restiamo umani. Torniamo ad essere umani. Umano contro tecnologico. La parola rimbalza ovunque — nei convegni, sui social, nelle conversazioni quotidiane — accompagnata dalla sicurezza di chi, pronunciandola, pensa di sapere esattamente cosa stia dicendo. Ma lo sa davvero?

Perché “umano”, usato in modo generico, nasconde più di quanto riveli. Lo adoperiamo come se fosse sinonimo di buono, caldo, autentico — come se appartenere alla specie umana fosse già di per sé garanzia di un progresso incontestabile. Un lasciapassare morale.

Dobbiamo però fare i conti con tutto il catalogo: Madre Teresa e Hitler, Charles Manson e padre Massimiliano Kolbe, tu ed io. Tutti i nostri comportamenti sono, a pieno titolo, umani in quanto propri degli esseri umani.

Eppure, insistiamo nell’usare quell’aggettivo in modo riduttivo, come un rifugio, come l’antidoto ad una tecnologia che ci alletta e al tempo stesso ci spaventa, perché priva di sentimenti e dunque incapace di relazioni. Ma una definizione di “umano” che non tenesse conto anche della violenza, del tradimento, della crudeltà prodotte dagli uomini sarebbe la ricerca di un mondo automaticamente giusto, in cui la scelta tra il bene e il male non troverebbe più ragion d’essere, in cui non sarebbe più necessario l’amore, venendo esso garantito “d’ufficio” dal sistema. Un mondo in cui la responsabiltià sarebbe del tutto inutile. Un sogno pericoloso. Le grandi ideologie del Novecento ci hanno già mostrato cosa succede quando aspiriamo alla creazione di un uomo nuovo disincarnato. Senza dimenticare che c’è sempre qualcuno che si sente chiamato più di altri a fissare il perimetro di cosa sia bene e cosa non lo sia, cosa sia umano e cosa no?

Serve invece considerare il fenomeno che la parola umano indica in tutta la sua complessità, fino alle sue inevitabili contraddizioni.

Allora, se nemmeno l’appello a restare umani basta per fare fronte alle sfide del tempo, da dove si parte? Non da una parola rassicurante usata in maniera generica, magari con la lettera maiuscola, ma da quell’umano ancorato alla persona in carne e ossa — quello che già San Giovanni Paolo II, con una fortunata espressione, chiamava umano tutto intero — sede di relazioni e luogo di esercizio della responsabilità; persone con corpi, nomi e cognomi: Anna, Maria, Giovanni, Carlo, Sofia, io e te; e da luoghi dove sperimentare un’educazione capace non solo di indicare il bene, ma di prendersi cura anche degli effetti del male, di chi lo subisce e di chi lo procura, perché nessuno è immune. Luoghi che aiutino ad abitare la complessità e la molteplicità dell’umano nella sua interezza e con esso anche la sfida che l’ultima frontiera del digitale lancia all’uomo chidendogli di ridefinire se stesso.

È l’unico modo che abbiamo per attraversare questo passaggio della storia senza cedere alle illusioni più seducenti del momento: che le macchine dell’intelligenza generativa siano più umane di noi e che l’umano — astrattamente inteso — sia, a prescindere, generatore di bontà. In caso contrario, staremmo tentando di contrapporre al nuovo mondo, di cui sappiamo ancora molto poco, una vecchia, logora, ideologia.

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