Se la giovinezza finisce, dispiace

“Se la giovinezza finisce, ti dispiace; o meglio, devi capire come essa continua”.

È tutta qui la sfida della vita. Soprattutto quando il tempo passa e ti sembra che le cose stiano andando diversamente da come immaginavi. Me lo ha ricordato un amico in questi giorni a Firenze. Lo ha detto a me e a quattromila studenti che affollavano le gradinate del Mandela Forum per il Convegno de I Colloqui Fiorentini dedicato a Leopardi.

Tutto sembra destinato a finire, tutto è destinato a morire. Paradossalmente senza limite, senza con-fine la vita non potrebbe manifestarsi. Dovrebbe essere naturale. Resta, però, lo spiazzamento davanti all’impossibilità di andare oltre il margine. Quando le cose arrivano a fine corsa, quando affacciandoti dal finestrino vedi sfilare i cartelli che annunciano il capolinea, ti prende una fitta al cuore che non vorresti provare. Non sai se sia meglio voltare la testa o ingannare il tempo che ancora rimane. A meno che non tenti di capire se quello che ami non stia solamente cambiando forma cercando ostinatamente un livello di profondità maggiore che sveli il vero fine delle cose.

Posto, allora, che la giovinezza stia solo mutando aspetto, quale è l’elemento che permette di riconoscere che è sempre lei e di dire con Ada Negri: “Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/ all’essere./ Un’altra sei, più bella”? Forse l’attesa. Perché attendere è la condizione di chi vive col cuore aperto e sa che il suo compimento viene da altro. Che venga qualcosa, o meglio, qualcuno. Attendere è il verbo di chi guarda avanti perché sa che c’è ancora tanta strada da fare. Lo sanno i giovani che stanno stretti dentro alle definizioni che imponiamo alla vita. In quest’epoca che vuole tutto esaurito nella disponibilità immediata, nella quale spazio e tempo sembrano perdere la loro profondità e dove tutto si appiattisce nella soddisfazione continua di mille desideri auto-soddisfatti, i Boomdabash stanno aspettando qualcuno che porti loro il sole e i Maneskin implorano Marlena di tornare a casa, perché senza di lei la vita non può essere perfetta. Si è giovani se si aspetta qualcuno. Si è giovani se si ha voglia di andare. A vent’anni aspettavo disperatamente lei e giravo nel mondo per vederla passare. Poi tutto ad un tratto lei è arrivata.

Oggi il mio calendario segna 43. Anni dispari, come la vita mai pari a se stessa. Più vado avanti, più la coperta sembra accorciarsi e più si fa urgente l’arrivo di qualcuno che sia più forte della fine delle cose. Un punto senza fondo, magari finora semplicemente ignorato. Scrive Emily Dickinson che marzo è il tempo dell’attesa, il tempo in cui le cose che ignoriamo sono in cammino; alcune di esse diventano come vorrei, altre continuano a venire contromano. Ma marzo è il mese del continuo imprevisto, di nuvole, pioggia e sole improvviso. La vita si muove venendoci incontro. Aspetta anticipando il nostro risveglio. L’inverno inizia a dare spazio all’azzurro. Sono nato qui e mi pare un buon segno; l’invito continuo a partire ancora, a scendere in strada, a non stare più fermo, ad attendere per scoprire la forma nuova della mia giovinezza.

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