Antivirus

Strana la fine di questo inverno: mentre la natura cede terreno al risveglio della primavera, una forza opposta congela progressivamente vaste aree del nostro Paese. Si ha la strana sensazione di essere in presenza dell’occupazione da parte di un esercito nemico e del suo coprifuoco, come durante la seconda guerra mondiale fu con i tedeschi. Solo che il nemico stavolta, più che cattivo, è patologico. Si chiama Coronavirus e da alcune settimane conviviamo con la paura che è stato in grado di infiltrare nelle nostre vite.

Negli ultimi giorni è arrivato anche a prendere in ostaggio nostri connazionali: alcuni sono morti, altri sono in quarantena. Così come abbiamo iniziato a mettere in quarantena scuole, chiese, uffici, la vita, dunque, di interi Comuni e della loro gente. D’altronde, dinanzi a fenomeni di questo tipo, è giusto prendere tutte le misure e le contromisure del caso; soprattutto quando ancora non abbiamo trovato un antivirus per contrastare il morbo. C’è chi rimane stordito da uno scenario impensabile fino a qualche giorno fa, chi approfitta per dire “l’avevo già detto”, chi la butta in politica e chi ha già fatto provviste svuotando i supermercati. E’ normale che accada questo, in un contesto anormale. L’importante è non farsi prendere dal panico e seguire tutte le indicazioni delle autorità competenti. Ma anche  dentro a questi fatti, c’è sempre chi porta una luce diversa, chi sembra spostare il problema, quasi parlasse d’altro, e invece sta immergendosi nell’abisso della questione. C’è chi, pur vivendo come noi dentro al dramma a cui siamo sottoposti, ci ricorda che in tutto questo c’è un rischio più grande del venire infettati: il rischio di non porsi le domande più vere e lasciare che tutto scivoli sulla superficie della nostra pelle. Perchè a pensarci bene, non possiamo nasconderci qualcosa che dovrebbe essere evidente di per sé e che spesso preferiamo ignorare: il fatto che la nostra vita non è nelle nostre mani. Nel tempo del tutto e subito, dell’anticipazione dei desideri, del mondo come lo vuoi tu, accadono dei fatti – come il Coronavirus o il deragliare dei treni – che prepotentemente ci fanno capire che dipendiamo radicalmente da qualcos’altro, comunque questo lo si voglia chiamare. Può essere il caso, può essere Dio o l’esperimento impazzito in un laboratorio cinese che mette in ginocchio tutto il pianeta; improvvisamente, azioni e abitudini che svolgiamo senza pensarci troppo su, diventano concessioni da implorare al cielo; e siccome spesso abbiamo l’impressione che il cielo non risponda, ci portiamo dentro il senso di rimanere intrappolati in una gabbia che non abbiamo scelto noi. Del resto, quella presente, non è poi tanto diversa da altre situazioni nelle quali quotidianamente ci dibattiamo: rapporti difficili, lavori che non vanno, relazioni che naufragano, malattie, figli che crescono in modo diverso da come avevamo immaginato. Ogni giorno siamo come costretti a sorbire una piccola dose di veleno che pian piano rende la vita sempre più amara, consegnandoci ad una morte lenta e inesorabile. Verrà sicuramente il momento in cui anche il Coronavirus sarà debellato, lo abbiamo visto con la Sars e con altre epidemie anche più gravi. Resterà però la nostra quotidianità e, con essa, il rischio di non esserci posti le giuste domande. Ecco allora che, situazioni eclatanti come un’epidemia, se non vissute astrattamente, possono portare dentro il seme dell’inizio di un cambiamento personale nella percezione di sé e del mondo, un cambiamento a partire dal renderci ancora più consapevoli che non siamo i padroni del nostro destino. Per fortuna,  l’antivirus per la nostra superficialità esiste già ed è il dono di trovare qualcuno che, pur vulnerabile come noi, ci dica che la vita appartiene ad Altro.

Alessandro Vergni

Potrebbe interessarti anche...

Lascia un commento