Dichiarazione di dipendenza

Nella tesi di laurea, 70 pagine, 3 di ringraziamenti. Penso che siano eccessive. Non devo leggere la tesi prima dell’avvenuta proclamazione. Caldo insopportabile in questa facoltà che in pieno luglio non si avvale di condizionatori se non in Aula 6 per conservare mazzi di fiori e corone d’alloro. Via vai di famiglie che si succedono attorno ai candidati.

Facce provate da ore di attesa, volti illuminati dalla soddisfazione. Custodi che si complimentano con gli ormai ex studenti — lo fanno con tutti, forse li pagano per questo? Discussione interessante, argomento attuale, ricerca svolta bene, fonti correttamente citate. «Da settembre, la Capitale». La professoressa andandosene saluta e ringrazia la ragazza per il pezzo di strada fatto insieme. Quelle tre pagine le immagino ancora un po’ troppo ingombranti, dettate, chissà, dall’euforia del momento; fra qualche anno tutto le apparirà diverso. Foto di rito contro il muro di mattoncini fuori dalla palazzina dove adesso il sole splende meno violento che al nostro arrivo: quelle ufficiali, imbalsamate, quelle naturali, fatte a tradimento, per eludere le pose e riconsegnarla ad un’immagine più autentica di sé. Quelle in cui sorride, fa una smorfia, abbraccia le amiche in modo goffo, bacia la nonna sulla guancia mentre la corona di alloro cala di lato. «Adesso puoi». Apro la tesi, vado a quelle tre pagine. Ci leggo la capacità di dire grazie, per niente scontata, del tutto imprevista. La sua è la generazione cresciuta con Miley Cyrus e Flowers — per citarne una — «Posso comprarmi i fiori da me… posso amarmi meglio di come mi ami tu». Ragazzi sottoposti ad un bombardamento di messaggi per convincerli che ognuno basta a se stesso, unico grazie ammesso quello che ci diciamo da soli: che gli altri stiano lì a batterci le mani. Tre pagine piene di “grazie”, con motivazioni personali, uno ad uno. Una dichiarazione di dipendenza laddove ci si sarebbe potuti aspettare l’ennesima, inconsapevole, esaltazione egotista. Un memorandum per sé e per tutti i presenti del fatto che l’anima desidera ben altra misura che non quella della nostra piccola stanza, che a difesa di ognuno restano il cuore e una rete di persone che ti vogliono bene ricordandoti chi sei — in che ordine di causa e effetto non l’ho ancora capito. Del resto, è un grande segreto del mondo. 

Pubblicato su Bailamme, L’Osservatore Romano, 18 settembre 2026

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